Spiegazione
della
Santa Messa
di Dom Prosper Guéranger O.S.B
Abate di Solesmes (1805-1875)



XXVII - CONSACRAZIONE DEL VINO

Scoperto il calice, il sacerdote pronunzia queste parole: Simili modo postquam coenatum est. Poi, prendendo il calice tra le mani, prosegue: accipiens et hunc praeclarum Calicem in sanctas ac venerabiles manus suas. Consideriamo bene le parole: praeclarum Calicem. Quanto la santa Chiesa nobilita questo calice che ha contenuto il Sangue del Signore e che ora pone nelle mani del sacerdote! Nel salmo ascoltiamo il Profeta che dice: Et calix meus inebrians quam praeclarus est!, "Sì, il mio calice inebriante, quanto è augusto, quanto è bello, quanto è magnifico!" (Sai 22,5). La santa Chiesa trovò questa lode così appropriata per il calice consacrato, destinato a contener il Sangue di Gesù Cristo, che ad essa rivolge il suo ricordo in questo momento. Il sacerdote prosegue: item tibi gratias agens. Già nella Consacrazione dell'Ostia il sacerdote ha parlato del rendimento di grazie, quando ha detto che Nostro Signore, alzando gli occhi al Padre suo, lo ha ringraziato. Poi, tenendo il calice con la mano sinistra, con la destra lo benedice, dicendo: Benedixit, deditque discipulis suis, dicens: Accipite, et bibite ex eo omnes. Allora il sacerdote, tenendo il calice un poco alzato, pronunzia sopra di esso le parole della consacrazione del vino:
HIC EST ENIM CALIX SANGUINIS MEI, NOVI ET AETERNI TESTAMENTI:
MYSTERIUM FIDEI: QUI PRO VOBIS ET PRO MULTIS EFFUNDETUR
IN REMISSIONEM PECCATORUM.
Notiamo che anche qui, come nella Consacrazione del pane, si trova la parola enim per legare ciò che precede a quello che segue.
Le parole adoperate per la consacrazione del vino assomigliano a quelle del Vangelo con qualche differenza. Esse sono giunte sino a noi attraverso la tradizione fondata da san Pietro, che le udì dalle labbra di Gesù Cristo stesso.
Novi et aeterni testamenti. È dunque questo il vaso che contiene il Sangue del Signore, il Sangue della Nuova Alleanza, chiamata al tempo stesso "eterna", novi et aeterni, per distinguerla dall'Antica Alleanza che doveva durare soltanto fino alla venuta di Nostro Signore.
Mysterium fidei. Si tratta del mistero che prova in modo speciale la nostra fede; perché - secondo la parola di san Pietro - la nostra fede deve essere provata. Essa è così ben provata in tal mistero che san Paolo, scrivendo a Timoteo, afferma, a proposito dell'Eucaristia, che i diaconi devono essere puri e santi, mantenendo "il mistero della fede" in una coscienza pura: Habentes mysterium fidei in coscientia pura. Sappiamo, infatti, che la Santa Eucaristia era affidata in deposito ai diaconi, che potevano anche amministrarla ai fedeli in assenza dei sacerdoti.
Infine, occorre notare le seguenti parole: prò multis effundeturin remissionem peccatorum. Questo Sangue sarà sparso per molti in remissione dei loro peccati. È vero che è stato sparso per tutti e non solamente per molti, ma non tutti ne trarranno profitto per la remissione dei loro peccati.
Tali sono le parole della Consacrazione del vino, che hanno un effetto così importante, poiché costituiscono, con le parole della Consacrazione del pane, l'atto stesso del Sacrificio. Nostro Signore è la Vittima immolata sull'altare; non solamente nel senso che la Santa Messa, per la separazione mistica del Corpo e del Sangue, ci rappresenta e ricorda l'immolazione cruenta del Calvario, ma anche in ragione dello stato stesso e della destinazione del Corpo e del Sangue di Nostro Signore sotto le specie eucaristiche. Mai, in nessun sacrificio, vi fu vittima più realmente immolata e sacrificata di quanto lo sia, dopo la Consacrazione, Colui che è lo splendore di Dio e del quale tuttavia la gloria, la bellezza e la vita, non hanno ormai più altro fine e altra destinazione che di entrar in noi e in noi perdersi e consumarsi.
Tuttavia, il Sacrificio è veramente compiuto. Dio l'ha visto, e noi possiamo dirgli: "Ecco ciò che s'è compiuto sul Calvario, e, se l'immortalità del tuo Figlio non fosse un ostacolo, la rassomiglianza sarebbe completa". Per compiere questo Sacrificio, il sacerdote da il suo ministero a Nostro Signore, che si è impegnato a prestarsi a questa immolazione ogni volta che un uomo, rivestito del sacerdozio ed avendo nelle sue mani pane e vino, pronunzi su di essi le parole della Consacrazione. Ma chi è l'offerente? È il sacerdote o è Nostro Signore? È lo stesso Gesù Cristo nella persona del sacerdote, poiché ambedue formano qui un solo essere. Orbene, Gesù Cristo non verrebbe sull'altare se il sacerdote non gli prestasse il suo concorso. Vi è dunque un solo Sacrificio, si compia esso sul Calvario o sull'altare.
Alle parole della Consacrazione il sacerdote, posando il calice sul corporale, aggiunge subito: Haec quotiescumque feceritis, in mei memoriam facietis. Con queste parole, Nostro Signore ha dato ai suoi Apostoli, e in essi a tutti i sacerdoti, il potere di far ciò che Egli stesso aveva fatto, ossia il potere d'immolarlo. Dunque, non è più l'uomo che parla nel momento solenne della Consacrazione, ma lo stesso Gesù Cristo, servendosi dell'uomo.
Terribile Sacrificio, quello cristiano, che ci trasporta sul Calvario e ci fa vedere che è stata la giustizia di Dio a voler una tal Vittima! Sacrificio che da solo sarebbe bastato a salvare milioni di mondi. Ma Nostro Signore ha voluto che si perpetuasse. Immolato una volta sulla cima del Calvario, non poteva più morire; tuttavia, conoscendo la debolezza umana, temeva che il Sacrificio della croce, offerto una sola volta, finisse per non far più alcun effetto sui fedeli. Forse molto presto l'uomo avrebbe ricordato l'immolazione sul Calvario come un semplice fatto storico, consegnato agli annali della Chiesa, dove molti non l'avrebbero neppure cercato. Nostro Signore, dunque, pensò tra sé: "Bisogna che ciò che si è compiuto una volta sul Calvario si rinnovelli incessantemente sino alla fine dei tempi". Ecco perché, in un eccesso del suo amore, ha inventato questo divino mistero, nel quale, venendo nell'ostia, s'immola di nuovo. E Dio, vedendo l'importanza di quest'opera, si sente inclinato alla benevolenza, alla misericordia e al perdono verso gli uomini.
Esaminiamo ora e cerchiamo di comprendere chi è che produce questo cambiamento del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo. Qual è la Persona che opera in questo mistero? Ogni volta che una delle tre Persone della Santissima Trinità agisce, le altre due prestano il loro concorso a quest'azione in perfetta armonia. Nell'Incarnazione s'incarnò il Figlio, ma lo mandò il Padre, e lo Spirito Santo fu, delle tre Persone, quella che operò il mistero. Allo stesso modo nella Santa Messa, il Padre manda il Figlio, questi viene, e lo Spirito Santo opera la transustanziazione o cambiamento d'una sostanza in un'altra. Per questo, per esprimere l'azione dello Spirito Santo in tale mistero, la Chiesa lo invoca nella preghiera di oblazione, come abbiamo già veduto, con le parole: Veni sanctificator, omnipotèns aeterne Deus: et benedic hoc sacrificium, tuo sancto nomimi praepa-ratum.
Nella Chiesa orientale non esiste questa orazione, ma poiché anche in essa si desidera che i fedeli conoscano l'azione dello Spirito Santo in questo grande mistero, il celebrante, dopo che ha pronunziate le parole della consacrazione, dice: "Signore Dio, degnati d'inviar il tuo Spirito perché cambi questo pane nel Corpo del tuo Figlio"; il popolo risponde: Amen. Dopo la Consacrazione del vino, il celebrante dice una seconda volta: "Signore Dio, degnati di mandar il tuo Spirito affinchè cambi questo vino nel Sangue del tuo Figlio", e tutto il popolo risponde: Amen.
Sembra che qui vi sia un'anomalia, perché, nel momento in cui il sacerdote pronunzia ciascuna di queste due invocazioni, la transustanziazione è già avvenuta. Perché, dunque, invoca ancora lo Spirito Santo? Più d'una volta è stata fatta questa osservazione; tuttavia si mantiene ciò che è stato stabilito, e la ragione è la seguente: per non mescolare l'acclamazione del popolo con le parole dei sacri misteri, la Chiesa orientale ha posto tali acclamazioni dopo queste invocazioni che rivelano l'operazione dello Spirito Santo, ossia nel momento in cui la Chiesa latina innalza e presenta all'adorazione dei fedeli il Corpo e il Sangue del Signore. La Chiesa orientale rende in questo momento omaggio alla potenza e all'opera dello Spirito Santo. Noi latini lo facciamo prima, sia nell'orazione: Veni sanctificator, omnipotens, sia nell'orazione: Quam oblationem, dove diciamo: Ut nobis Corpus et Sanguis fiat. La Chiesa latina non invita qui il popolo ad approvare con un'acclamazione ciò che si è operato. Infatti, un Amen in questo punto della celebrazione avrebbe ragione d'essere solo qualora l'orazione alla quale si deve rispondere fosse detta a voce alta, ma abbiamo già veduto che la preghiera del Canone è interamente segreta e deve essere recitata integralmente a bassa voce.


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