Spiegazione
della
Santa Messa
di Dom Prosper Guéranger O.S.B
Abate di Solesmes (1805-1875)



XXX - SUPPLICES TE ROGAMUS

All'orazione che segue, il sacerdote non ha più le braccia allargate, perché s'inchina profondamente in atto di supplica. Ponendo sull'altare le mani giunte, dice: Supplices te rogamus, omnipotens Deus: jube haec perferrì per manus sancti Angeli tui in sublime altare tuum, in conspectu divinae majestatis tuae. Parole tremende, afferma Innocenzo III nel suo Trattato sul Sacrificio della Messa. Il sacerdote non designa altrimenti la sua offerta che con la parola haec, "queste cose"; sa che Dio le vede, che conosce il loro valore, e per questo si contenta di dire: jube haec perferrì, "ordina che queste cose siano portate".
E dove vuole che siano portate? In sublime altare tuum. Non basta l'altare della terra; pretendiamo che la nostra offerta sia trasportata sull'altare del cielo, su quell'altare che vide san Giovanni e sul quale è rappresentato un Agnello come immolato: et vidi Agnum stantem tamquam occisum. Questo Agnello, dice san Giovanni, è ritto, però, aggiunge: tamquam occisum, "è come immolato". Infatti, Nostro Signore avrà sempre le sue cinque piaghe che sono ora risplendenti, ma l'Agnello è ritto, perché è vivo, e non morrà più; così ce lo mostra san Giovanni. Tale è l'altare sul quale Nostro Signore sta ritto, nella sua vita immortale, portando impressi i segni di quanto soffrì: Agnum tamquam occisum. È là dinanzi al trono della maestà divina. Il sacerdote domanda dunque a Dio che mandi un Angelo, il quale, prendendo la Vittima sull'altare della terra, la metta sull'altare del cielo.
Qual è questo Angelo a cui allude il sacerdote? Non v'è cherubino, serafino, angelo o arcangelo che possa far ciò che il sacerdote domanda qui a Dio; è al di sopra del loro potere. Orbene, la parola "angelo" significa inviato, e il Figlio è stato inviato dal Padre, è venuto sulla terra e ha dimorato in mezzo agli uomini; è dunque il vero missus, l'Inviato, come Egli medesimo disse: et qui misit me Pater (Gv 5,37). D'altra parte Nostro Signore non è semplicemente nella categoria di quegli spiriti che chiamiamo angeli o arcangeli che Dio pone presso di noi; no, Egli è l'Angelo per eccellenza, Egli è - dice la Sacra Scrittura - l'Angelo del gran consiglio, Angelus magni consilii, di quel gran consiglio di Dio che ha voluto riscattar il mondo e per questo ci ha dato suo Figlio. Il sacerdote domanda dunque a Dio che l'Angelo porti sull'altare del cielo naso, ossia ciò che sta sull'altare della terra, e fa questa domanda per far notare l'identità del Sacrificio del cielo col Sacrificio della terra (15).
Víè qui qualcosa di simile a quel che si pratica nella liturgia greca. Dopo la Consacrazione, gli Orientali domandano allo Spirito Santo di venire ad operare questo divino mistero per dimostrare -come abbiamo detto - che è questo Spirito divino che opera qui come ha operato nella Santissima Vergine all'Incarnazione. Ma il mistero è già operato, e anche qualora il sacerdote greco dimenticasse quest'orazione, l'azione dello Spirito Santo già sarebbe compiuta. Quel ch'essi si propongono nella loro orazione, come noi nella nostra latina che abbiamo analizzata, è di affermare sempre più l'identità dei sacrifici dell'Agnello in cielo e sulla terra. In cielo quest'Agnello è ritto, benché appaia come immolato; qui è immolato ugualmente. Orbene, chi è che riunisce questi due sacrifici in uno solo? Gesù Cristo, l'Inviato, l'Angelo del gran consiglio.
II sacerdote in seguito aggiunge: Ut quotquot ex hac altaris participatione e, pronunziando queste parole, deve baciare l'altare, al quale la Chiesa porta una così grande venerazione per esser immagine di Gesù Cristo, Altare vivente; e di questa venerazione e rispetto sono segno i bei riti che compie per la sua santificazione e consacrazione.
Il sacerdote continua: Sacrosanctum Filli fui Corpus et Sanguinerà sumpserimus (fa il segno di croce sull'Ostia e sul calice, poi segna se stesso), omni benedictione caelesti, et grafia repleamur. Per eundem Christum Dominum nostrum. Così domandiamo qui d'essere riempiti d'ogni sorta di grazie e benedizione, come se fossimo ammessi in cielo alla partecipazione di questo Altare vivente, che è Gesù Cristo, dove Egli stesso elargisce ogni grazia e benedizione. Domandiamo queste grazie e benedizioni in virtù della nostra partecipazione a quest'altare della terra, che la santa Chiesa tratta con tanta devozione. In nome di quest'altare il sacerdote domanda per tutti gli uomini ogni sorta di benedizioni, perché il sacerdote non parla mai per sé solo, e perciò dice: repleamur, "che siamo riempiti". Fa il segno di croce dicendo le ultime parole per mostrare che queste benedizioni ci vengono dalla croce e per significare altresì che le accettiamo con tutto il cuore.
Qui finisce la seconda parte del Canone, che riguarda l'offerta. Queste tre orazioni circondano l'atto della Consacrazione, come le precedenti l'hanno preparato. Ora la santa Chiesa ci conduce alla preghiera d'intercessione.

NOTE

15) Quest'interpretazione di Dom Guéranger circa ěl'angelo" menzionato nel Canone è naturalmente sua personale. Non manca chi, al contrario, abbia identificato quell'"angelo" con una reale creatura celeste. «All'altare il Cielo e la terra si prestano mutuo soccorso per meglio esprimere a Dio i ringraziamenti e gli omaggi che gli sono dovuti. Infatti, mentre il sacerdote celebra, i santi angeli vanno a portare ed offrire il Sacrificio, come dimostra il fatto seguente, del quale si garantisce l'autenticità. Un giorno un sacerdote, nel momento della Consacrazione, vide intorno all'altare una moltitudine di spiriti celesti che, prostrati, adoravano col più profondo rispetto. Quando si inchinò, secondo la rubrica del Messale, dicendo: "Dio onnipotente, ti preghiamo umilmente di comandare che questi doni vengano portati dalle mani del tuo santo Angelo al tuo sublime altare, alla presenza della tua divina maestà", vide uno di quegli spiriti, più bello degli altri, prendere l'Ostia consacrata e portarla davanti alla divina Maestà. I cori degli angeli si rallegravano con lui e tutta la corte celeste provava grande gioia per quell'offerta, come se l'avesse presentata essa stessa. Il sacerdote, con lo sguardo in alto come in estasi, contemplava stupito quel sublime spettacolo e, dopo qualche istante, abbassando gli occhi sul corporale, vide l'Ostia di nuovo al suo posto e si meravigliò di un così rapido ritorno. Pieno di gioia terminò la Messa con grande consolazione sensibile e fervore, e più tardi raccontò il fatto a qualche amico, invitandolo a lodarne Dio»: M. DE COCHEM, La Santa Messa, Albano Laziale 2002, p. 139.


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