Spiegazione
della
Santa Messa
di Dom Prosper Guéranger O.S.B
Abate di Solesmes (1805-1875)



XXXII - NOBIS QUOQUE PECCATORIBUS

Ora, dopo aver fatto scorrer il Sangue di Gesù Cristo a profitto delle anime del Purgatorio, ritorniamo a noi. Il sacerdote si dichiara peccatore con noi dicendo: Nobis quoque peccatoribus famulis tuis, de moltitudine miserationum tuarum sperantibus, partem aliquam, et societatem donare dignerìs, cum tuis sanctis..., "Anche noi, sebbene peccatori, reclamiamo la nostra parte di felicità, non vogliamo restarne al di fuori". È questo il solo momento in cui il sacerdote alza la voce durante il Canone, battendosi il petto. Il nostro amore fraterno ci aveva indotto a pregare per quei nostri fratelli che sono morti e non sono ancora entrati nell'eterna beatitudine. Anche noi preghiamo Dio di rendercene partecipi, sperando nella sua bontà e misericordia.
E con chi vogliamo essere compartecipi? Cum tuis sanctis Apostolis et Martyribus. Sembra alla santa Chiesa di non aver ancor nominato abbastanza Santi. Ma, non volendo aumentare la prima lista, trova qui il momento propizio per parlare di coloro che le sono particolarmente cari. Poiché è una gloria grandissima per i Santi essere menzionati in quella ch'è l'Azione per eccellenza (ossia la Santa Messa), Dio ha scelto gli eletti che devono essere ricordati alla presenza di Cristo medesimo.
Di nuovo incontriamo qui gli Apostoli e i Martiri: Cum tuis sanctis Apostolis et Martyribus. E ciò perché nei primi secoli si rendeva o-maggio ed onore soltanto a queste due categorie di Santi, non essendo ancora stabilito il culto dei Confessori. Desideriamo dunque esser in società, societatem, con essi ed anche cum Joanne, ossia con Giovanni Battista, il Precursore del Signore.
Stephano, Stefano, il protomartire. Perché questo modello, capo dei Martiri non è stato ancora nominato? Perché dopo aver nominato nel primo dittico san Pietro e gli Apostoli, la Chiesa è passata subito ai primi Papi: Lino, Cleto e Clemente. Nominando san Pietro e i suoi tre successori, si definisce subito la santa Chiesa e il potere di Pietro con questa gloriosa triade di santi Papi. Santo Stefano avrebbe scompaginato quest'ordine di idee, se lo si fosse nominato nella prima lista, come pure san Giovanni Battista, che non è considerato né come apostolo né come martire, quantunque abbia predicato la penitenza e la venuta del Signore, e sia morto a motivo del suo zelo nel difendere la virtù della castità. La santa Chiesa non vuole, tuttavia, tralasciare di commemorare questi due grandi Santi e per questo li inserisce qui.
Matthia: è un apostolo, ed è menzionato qui perché, avendo la santa Chiesa nominato dodici Apostoli nel suo primo dittico e collocato in esso san Paolo, Mattia, che fu eletto per completar il collegio apostolico dopo la defezione di Giuda, doveva pur esservi nominato, ed era opportuno collocar il suo nome in cima al secondo dittico.
Barnaba, fu compagno di san Paolo in molti dei suoi viaggi apostolici.
Ignatio, il gran martire che, dopo sant'Evodio, successe a san Pietro nella sede di Antiochia. È sua quella magnifica lettera indirizzata ai Romani nella quale parla della felicità di soffrire per amore di Gesù Cristo. Venne a Roma, sotto l'impero di Traiano e in questa città subì il martirio.
Alexandro, quinto o sesto successore di san Pietro, pontefice di eminenti qualità. È opportuno nominarlo qui, perché fu lui che ordinò di aggiunger al Canone le parole: Qui prìdie quam pateretur, per ricordar in questo solenne momento la Passione del Signore.
Marcellino, Petro: Marcellino e Pietro, martiri ambedue della persecuzione di Diocleziano. Il primo era sacerdote, Pietro era esorcista. Non si separano mai, i loro nomi vanno sempre uniti.
Finora, come abbiamo veduto, nel Canone non s'è fatta menzione delle donne. La santa Chiesa non può tuttavia ometterle. Qual è dunque la prima di cui ci parla? Felicitate: è la grande Felicita, l'eroica madre che nella persecuzione di Marco Aurelio rinnovellò il generoso sacrificio della madre dei Maccabei, sacrificando sulle are della fede i suoi sette figli. Ella, a sua volta, soffrì il martirio il 29 novembre, alcuni mesi dopo il martirio dei suoi figli, che avvenne nel luglio precedente. È tanto illustre la gloriosa martire Felicita, come pure i suoi figli, che, essendo già aperte le catacombe all'epoca del suo martirio, si divisero i corpi dei suoi figli tra i diversi cimiteri. Nel cimitero di santa Priscilla fu sepolta lei con due dei suoi figli.
Perpetua: è la nobile Perpetua di Cartagine. Poiché è collocata dopo santa Felicita, non v'è dubbio che la Felicita qui menzionata è quella di Roma e non quella che subì il martirio a Cartagine con santa Perpetua. Qui Perpetua rappresenta la sua compagna e tutti quelli che soffrirono con lei il martirio. È qui nominata sia perché è la più illustre di tutte, sia per avere scritto parte del racconto del suo martirio.
Agatha, Lucia. Sino al pontificato di san Gregorio Magno si diceva: Perpetua, Agnete, Caecilia; ma questo santo Pontefice, che sentiva grande affetto per la Sicilia, dove aveva fondato sei monasteri, inserì nel Canone due vergini siciliane, Agata di Catania e Lucia di Siracusa, dando ad esse come a straniere il primo posto e mettendo dopo di loro le vergini romane Agnese e Cecilia. Perché si antepone qui Agnese a Cecilia, se Agnese soffrì il martirio sotto l'impero di Diocleziano, mentre per incontrare Cecilia dobbiamo risalire all'epoca di Marco Aurelio? Sembra che non vi sia altra ragione che l'armonia della frase.
Anastasia, nobile vedova romana che soffrì il martirio sotto l'impero di Diocleziano. Questa santa Martire acquistò a Roma grande celebrità, al punto che il Sommo Pontefice soleva celebrare nella sua Chiesa la seconda Messa di Natale. Oggi quest'uso è sparito, ma si conserva quello di far la commemorazione di una così grande Santa nella seconda Messa di detto giorno.
Intra quorum nos consortium, non aestimator meriti, sed veniae, quaesumus, largitor admitte. Dopo aver fatto di nuovo memoria dei Santi, il sacerdote domanda a Dio che si degni ammetterci tra loro. Non certamente perché ne abbiamo diritto per i nostri meriti, ma per opera e grazia della sua bontà e misericordia. Il sacerdote termina quest'orazione con la consueta conclusione: Per Christum Dominum nostrum.


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